

Il Pdl-Sicilia è l’antidoto al Partito del Sud. Silvio Berlusconi non lo ostacola, anzi. Gianfranco Miccichè può andare avanti. Il Pdl-Sicilia è una pistola con la pallottola in canna puntata su Raffaele Lombardo, il quale deve sapere che se mette in campo, con uomini del Pdl o da solo, il Partito del Sud, avrà un concorrente assai temibile sul suo stesso terreno di caccia, l’autonomismo e la rappresentanza politica del meridione. Giuseppe Castiglione è diventato perciò un agnellino. Supera perciò ogni remora si appella all’unità del Pdl, del centrodestra nell’azione di governo. Rinuncia a ipotizzare una exit strategy dal governo Lombardo – è stato stoppato da Alfano nei giorni scorsi – e mette nel cassetto le sue contestazioni e i suoi addebiti al governatore, lasciando le cose come stanno. Porge cioè l’altra guancia perché da Roma non avrà sostegni importanti se dovesse trovarsi come unico nemico del nascente (o ventilato) Pdl-Sicilia. Una rinuncia che deve essergli costata la cattiva digestione per chissà quanti pasti. Gli assessori della corrente lealista (Alfano e Schifani) non si muovono dai loro posti, nonostante le richieste dell’ala dura, capitanata da D’Alì. Ma non sono le uniche munizioni in canna. L’Udc ha ripreso il riarmo, facendo sapere che vede di buon occhio l’iniziativa di presentare una mozione di sfiducia contro Lombardo in Aula, mozione che, se approvata, provocherebbe le dimissioni del Governatore ed il conseguente scioglimento dell’Assemblea con più di due anni di anticipo. Un evento questo che non incontra la contrarietà dei capintesta del Pdl siciliano che non si sono guadagnati un seggio a Palazzo dei Normanni. Che si tratti di una minaccia virtuale quella dell’Udc lo dicono i numeri. Il gruppo Udc dispone di dodici deputati a Sala D’Ercole, e non tutti allineati e coperti sulle posizioni del vertice. Perché passi la mozione l’Udc dovrebbe potere contare sui 29 deputati del Partito Democratico. Perché l’opposizione dovrebbe affrettare la dipartita dell’Assemblea? Con quali prospettive, ammesso che i deputati siano disposti a tornare a casa anzitempo? Nei vertici dell’Udc, difatti, si mettono le mani avanti: l’operazione può avere una qualche possibilità di successo se a Udc e Pd si aggiungessero i lealisti del Pdl, altrimenti non ci sono i numeri. Il contesto offre un’idea abbastanza precisa dell’entità della “minaccia”. Un’arma spuntata, ma pur sempre un’arma, che si traduce in gesto di ostilità. Di gesti siffatti, invero, la legislatura regionale ha fatto il pieno. Ormai si ragiona “minacciando” rappresaglie, reali o virtuali, nemici veri o presunti. L’Udc spinge verso una soluzione “forte” verso Lombardo nella speranza che il livello di ingovernabilità che le opposizioni riescono a realizzare, costringa alla resa Lombardo. Eventualità, invero, assai lontana, conoscendo la tenacia del governatore. In questa partita doppia, i finiani hanno un ruolo di primissimo piano. Sono gli unici che possono vantare obiettivi multipli: fanno sapere, guidando la fronda in Sicilia senza remore, che Fini non si pone limiti alla sua diversità, ed è interessato a far sapere di non essere solo. Un generale senza esercito, è l’accusa che gli viene mossa dai suoi nemici storici nel Pdl. Accusa che poggia sugli atteggiamenti tiepidi, se non addirittura ostili, dei suoi ex colonnelli (Gasparri, La Russa). Sulle grandi manovre siciliane – PdlSicila e Partito del Sud – il capo dell’opposizione, Antonello Cracolici, Presidente del gruppo parlamentare Pd a Sala D’Ercole, sembra avere un atteggiamento distaccato. Ciò che sta avvenendo, secondo lui, non merita di essere analizzato in dettaglio, ma suggerisce considerazioni di carattere generale. “La verità è, sostiene, che è saltato il Pdl, il centrodestra. Non sanno a che santo votarsi per superare la crisi”.