L’austerità da sola non basta più.
In questi giorni anche sui mercati prevale, se non un profumo di stabilità, almeno una pausa nell’accanimento. Merito della Banca centrale europea, si sussurra, della politica di Mario Draghi che ha spuntato le unghie della speculazione. Persino le previsioni recessive dell’ Fmi, che ai primi di febbraio, secondo le prime indiscrezioni, saranno confermate se non accentuate da quelle europee, ieri sono state temperate da un sussulto di ripresa della fiducia del business tedesco, con l’indice al massimo da 5 mesi. Troppo presto e troppo poco però per illudersi che la lunga tempesta sia finalmente agli sgoccioli. Lo stesso premier del resto ieri in Parlamento ha tenuto la linea della cautela. Non solo perché la partita della ristrutturazione del debito greco resta pericolosamente aperta. E non solo perché le ambiguità tedesche sul potenziamento delle risorse dell’Esm, il nuovo Fondo europeo di stabilità, non aiutano a decongestionare l’atmosfera di sfiducia intra-europea: «Vedremo in marzo se le sue risorse basteranno o no» ha tagliato corto a Bruxelles Wolfgang Schäuble. Il gioco della Germania è chiaro: nessuna garanzia di solidarietà fino a che i partner non avranno sottoscritto il “fiscal compact”. La Merkel vuole vincere le elezioni del 2013. Per riuscirci sa di non potersi permettersi concessioni al buio. Il paese non glielo perdonerebbe. Il guaio è che di questo passo rischia di ottenere la firma del patto ma non la ratifica indispensabile alla sua entrata in vigore. Nonostante i progressi fatti, i malumori che circondano le battute finali del negoziato crescono invece di diminuire. Tanto che lo stesso calendario “ricattatorio” del doppio vertice europeo, il primo lunedì prossimo per celebrare l’accordo sul compact e il secondo ai primi di marzo per chiudere sull’Esm, potrebbe rivelarsi un boomerang. Paradossalmente oggi la grande e incontrastata forza della Merkel in Europa è la forza della crisi: tutti i Governi sanno che ribellarsi al rigore sarebbe facile ma quasi impossibile gestirne le conseguenze senza lo scudo tedesco. Ciò nonostante tutta la partita e soprattutto il suo esito finale corrono sul filo del rasoio. Innanzitutto i dubbi tecnico-giuridici. «Avremmo potuto evitare di sprecare tempo ed energia per negoziare questo accordo internazionale visto che il grosso delle nuove regole si poteva ottenere lavorando sul sistema vigente» ha accusato Jean Asselborn, il ministro delle Finanze lussemburghese esprimendo le perplessità dei più su un’operazione intergovernativa che ha inutilmente lacerato il quadro dei Trattati Ue. Per la pura testardaggine tedesca. Senza contare che la pretesa di giocare sul doppio tavolo legale potrebbe finire per invalidare la legittimità delle multe (0,1% del Pil) che nel nuovo patto la Corte di Giustizia Ue potrebbe infliggere ai paesi renitenti alla disciplina della regola d’oro (deficit non oltre lo 0,5% strutturale). Risultato: Berlino potrebbe ritrovarsi con un patto più sdentato del previsto. Sono però i dubbi nazional-socio-politici quelli che alla fine potrebbero travolgerlo. Il vertice Ue di lunedì si terrà a Bruxelles sotto l’assedio dello sciopero generale dei belgi contro il giro di vite deciso dal Governo Di Rupo. Il successivo, il primo marzo, sarà salutato da un nuovo sciopero proclamato dalla confederazione europea dei sindacati al grido: «L’austerità non è la sola risposta alla crisi». A riprova di un disagio sociale che dilaga e che l’atteggiamento della Merkel, durissimo sul rigore ma sibillino sulla solidarietà, contribuisce ad esasperare. «Io non dico agli altri paesi che cosa fare. Non vedo perché altri debbano intervenire nelle decisioni del mio», ha affermato Di Rupo. Denunciando pubblicamente, con alcuni suoi ministri, le interferenze tedesche e quelle della Commissione Ue che. Scampoli di nervosismo diffuso che si mescolano alla candida ma imbarazzata ammissione di François Baroin, il ministro delle Finanze francese: all’Assemblea nazionale non c’è la maggioranza che serve per scolpire prima di aprile nella Costituzione la norma sull’azzeramento del deficit. Con buona pace delle ansie tedesche di blindare e presto il nuovo corsoA Maastricht, quando si fece la moneta unica, fu un solo paese, la Germania, a cedere sovranità nazionale, gli altri allargarono la loro sul marco. Oggi, con il fiscal compact, sono 16 i paesi che devono rinunciare alla sovranità sul bilancio sostanzialmente in favore di uno, la Germania, che vuole tornare a dormire sonni tranquilli. Per una pura questione di numeri l’operazione è inevitabilmente più complessa. Quando poi è avvelenata da egoismi nazionali, miopie elettoralistiche e sfiducia reciproca diventa una scommessa spericolata. Che, complice l’emergenza, può anche riuscire. Purchè gli ammorbidimenti tedeschi non arrivino fuori tempo massimo.

